Il movimento del ‘68 nasce come antiautoritario: come ho detto in altro contesto, il fulcro della critica è l’autorità del padre/marito in famiglia, del professore a scuola e nelle Università, del padrone in fabbrica, rappresentato praticamente dal capo reparto che la esercita con particolare efficacia. Sono tre istituzioni di fronte alla quali la democrazia si fermava, non riusciva a contaminarle dei suoi contenuti, dei suoi messaggi, dei suoi valori. Ed infatti tutte e tre queste istituzioni furono oggetto di profonde riforme che ne modificarono la fisionomia, fino a trasformarle radicalmente, anche se fra la norma e gli effetti prodotti furono necessari, a seconda delle circostanze, diversi anni.

Di fronte ai cancelli della fabbrica la democrazia si fermava e lasciava le maestranze in balia del comando autoritario ed assoluto, che non aveva alcun collegamento con quanto prescriveva la nostra Costituzione. Ma i rapporti di forza erano favorevoli al marito, al professore, al padrone, pertanto senza uno sbilanciamento che fosse insieme il risultato di nuove leggi ancorate ad un nuovo contesto sociale, culturale, valoriale, la situazione non sarebbe cambiata.

Nel mondo del lavoro, dietro i cancelli delle fabbriche, il rispetto della dignità della persona era concetto inesistente, il lavoro giustamente remunerato un abominio, il lavoro inteso come strumento per realizzarsi una chimera per altri luoghi ed altri tempi.

Era invece una norma non scritta, ma assai più vincolante di una legge, la facoltà di perquisire gli operai all’uscita, frugare nelle borse delle operaie, o dipendere dal caporeparto per espletare le proprie funzioni corporali. Fra le mura della fabbrica vigeva una disciplina militare ed il caporeparto si adeguava perfettamente al ruolo, che esercitava con perizia e talvolta con un particolare impegno. Non a caso proprio quella fu la figura fra le più perseguitate e punite durante l’autunno caldo, fatte oggetto di scherno, di ritorsioni fra il goliardico e la violenza frutto di una lunga frustrazione. Il caporeparto poteva proporre ed ottenere il licenziamento per insubordinazione, e tale “reato” non era definibile e configurabile in modo certo, era frutto della interpretazione arbitraria del caporeparto stesso. Obiettare sul trasferimento nei reparti punitivi, quelli più malsani, dove il lavoro era più duro, poteva essere insubordinazione. Reagire all’epiteto volgare o alla molestia di tipo sessuale verso un’operaia, manifestare idee politiche sgradite, essere iscritto ad un sindacato non considerato amico, tutto ciò poteva essere insubordinazione e portare al licenziamento.

Le donne erano oggetto delle norme più discriminatorie: non potevano sposarsi, o meglio, potevano sapendo però che sarebbero state licenziate, sorte che toccava alle operaie già maritate nel momento in cui restavano incinte.

I partiti erano a conoscenza di questo stato dei fatti e il governo di centrosinistra iniziò a produrre delle norme, non un impianto organico, per portarvi rimedio. Ma un cambiamento si registrò, almeno nel clima generale se non, da subito, nei risultati acquisiti, con l’inizio delle mobilitazioni operaie. Specialmente a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta ma, in particolare con il biennio 1968-’69 quando la conflittualità in fabbrica fu particolarmente sostenuta: blocchi della produzione, capireparto fatti sfilare con le mani legate fra ali di operai che li coprivano di insulti, di sputi e anche di percosse, scioperi “a gatto selvaggio” cioè che bloccavano a turno solo alcuni reparti il cui arresto però impediva la lavorazione anche nei reparti collegati.

Nel 1970 Pirelli prese le distanze da coloro che erano convinti di dover esercitare il ruolo di padroni alla vecchia maniera: Falck, Borletti, Pesenti, Costa, e produsse un documento nel quale sostenne che le tensioni sociali non sono criminali e per evitare questa deriva occorreva un nuovo tipo di dialogo fra le parti. L’Assolombarda chiese invece al governo di garantire in fabbrica il principio di autorità. La risposta fu la legge 300 da parte di un governo che prendeva posizione a favore dei lavoratori. Questa legge nasce in casa socialista e l’estensore e promotore è il ministro del lavoro Giacomo Brodolini, che gravemente malato profuse ogni sforzo e dedicò le residue energie a questo progetto, che non fece in tempo a vedere realizzato.

Da parte della sinistra radicale e del Pci furono avanzati dubbi e perplessità perché si riteneva che in quel modo si istituzionalizzasse il sindacato. Dapprima contrario, in sede di votazione, il 20 maggio 1970, il Pci ritirò gli emendamenti e si astenne. Di fatto, lo Statuto dei diritti dei lavoratori si configurava come una delle leggi più avanzate in Europa in tema di tutela del lavoro. Esso riconosceva i diritti dei lavoratori come individui nella cornice della concezione di sindacato libero e volontario, che a sua volta è considerato fonte ed espressione di democrazia. Infatti lo Statuto allarga le basi della democrazia reale, accresce il potere del sindacato e lo vincola al confronto democratico con la base, quindi instaura una nuova dialettica fra i vertici sindacali e la fabbrica.

Ecco che l’esercizio dei diritti è garantito anche sul luogo di lavoro, dove il rispetto della dignità e la libertà affermati nella Costituzione sono garantiti. Quindi in fabbrica non è più consentito discriminare in base alle opinioni politiche, non sono ammesse violazioni della privacy, niente perquisizioni corporali; non si possono comminare gravi sanzioni disciplinari e il diritto di riunione sindacale è garantito, così come avere uno spazio apposito per affiggere materiale informativo, non sovvenzionare sindacati rivali.  Una particolare attenzione viene rivolta alla tutela della salute in fabbrica ma non si può tacere il limite di questa legge rappresentato dalle dimensioni dell’impresa in cui essa può essere applicata: fino ai 15 dipendenti le imprese sono svincolate dall’osservanza della legge. E questo rappresentava un limite notevole, vista la composizione del tessuto produttivo italiano, ove la piccola impresa riveste un ruolo centrale, lasciando quindi senza queste tutele una larga fetta del mondo del lavoro.

 Lo Statuto riveste comunque una importanza enorme non solo in quanto strumento che tutela il lavoro ma in quanto insieme di principi e relativi strumenti attuativi che affermano principi di civiltà. E’ importante sottolineare l’interazione fra Statuto e Costituzione: questa all’articolo 4 tutela la persona  nella veste di cittadino  e afferma il dovere dello Stato di rimuovere gli ostacoli alla fruizione al diritto – dovere al lavoro. La legge 300 tutela il lavoratore come individuo nell’ambito del contratto che lo lega all’azienda. Un combinato disposto che segnala realmente una acquisizione importante in termini di civiltà del lavoro e civiltà tout court.

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