Una nuova stagione per il Sindacato

Il centro sinistra era stato il punto di approdo di una precisa strategia politica, incarnata da Moro: allargare l’area di governo ai socialisti rafforzando la democrazia e allo stesso tempo isolare e indebolire i comunisti, e dalla parte più avveduta del capitalismo italiano, che contava così di ottenere il consenso di parte del movimento operaio e contenerne la conflittualità. La vertenza degli elettromeccanici del 1960-’61 mostrava infatti un rinnovato attivismo ed una maggiore conflittualità che si tentava, appunto, di tenere sotto controllo attraverso il coinvolgimento del partito socialista al governo. Sulla scorta di quelle lotte, per limitare le richieste economiche dei lavoratori, nel 1962-’63 si ricorse ed inserì il “preambolo contrattuale”, cioè un tetto agli aumenti che non potevano essere superiori a quanto autorizzato a livello nazionale. Anche i premi di produzione subivano delle consistenti limitazioni ed in conseguenza di ciò la contrattazione integrativa ricevette un notevole impulso. Poco dopo, nel 1964-’65 la recessione fu l’occasione per una ristrutturazione industriale centrata sull’ammodernamento degli impianti per risparmiare mano d’opera; inutile dire che tutto ciò alimentò la combattività operaia, tanto più che lo scambio fra disciplina dei salari in cambio di riforme si era fermata al primo step e alle promesse incerte del governo si preferì sostituire una propria strategia, una lotta per le riforme da conseguire con l’organizzazione e la lotta.

Pur senza voler vedere in ogni iniziativa sindacale di questo periodo una premessa alla straordinaria stagione affermatasi nella pubblicistica come “autunno caldo”, dobbiamo rilevare una ripresa di iniziativa e decisa combattività sul fronte sindacale.

Nel 1966 il ciclo vitale del centrosinistra poteva dirsi in un certo senso già in fase di esaurimento, e tuttavia esso continuò, non ultimo a causa della mancanza di alternative. In aggiunta a ciò, i fermenti nelle fabbriche e un nuovo dinamismo del sindacato furono gli ingredienti fondamentali per spingere le confederazioni a supplire con le proprie proposte al vuoto politico determinatosi. In quello stesso anno si realizzò l’unificazione socialista che il segretario della Uil, Viglianesi, voleva compiere anche a livello sindacale. Tuttavia, in concreto, i socialisti piuttosto che ritrovarsi in una unica confederazione preferirono rimanere all’interno di tutte e tre, rappresentando un primo punto di coagulo fra di esse, impegnandosi a realizzare l’unità sindacale a partire dai temi dell’autonomia dai partiti e della partecipazione alla programmazione economica.

Un ruolo di punta, in questa nuova stagione, lo ebbero le categorie dei metalmeccanici di Cgil, Cisl e Uil, sia per quanto riguarda la conflittualità operaia e l’avvio di una nuova stagione contrattuale ricca di risultati, sia per quanto riguarda il perseguimento dell’unità sindacale. Al congresso della Uilm del 1969 Giorgio Benvenuto viene eletto segretario e la Uil, che fino allora non aveva brillato per determinazione e combattività, con l’autunno caldo diventa un sindacato combattivo, persino intransigente, guidato dai socialisti nelle vertenze.

Il contenuto delle rivendicazioni operaie e delle lotte che si svilupparono in questo periodo non era solo salariale ma anche “fondato sulla critica delle disuguaglianze e della divisione sociale del lavoro”. Il capitolo dei diritti sindacali in effetti assunse un rilievo particolare nelle piattaforme rivendicative e nelle trattative, contribuendo in tal modo a far risaltare anche le questioni salariali come parte di in disegno complessivo tendente non solo ad un riequilibrio dei rapporti fra le parti sociali, bensì teso alla conquista di poteri effettivi nella fabbrica e nella società. La lotta per l’ambiente di lavoro, la riduzione di orario a parità di salario per conquistare una migliore qualità della vita, il controllo della produzione e degli investimenti erano rivendicazioni che caratterizzavano il sindacato come soggetto politico che aveva superato la fase del mero rivendicazionismo di categoria ma che da questa si espandeva a tutto il comparto industriale e dalla sfera economica ambiva a controllare e dirigere le trasformazioni sociali.

Da una parte un ceto imprenditoriale ostile, intransigente nella difesa del suo potere e delle sue posizioni economiche, dall’altra una nuova generazione di operai non solo in termini anagrafici ma nella loro fisionomia di soggetti sociali di estrazione, formazione, provenienza geografica, ambizioni del tutto differenti. Era comparso sulla scena politica e sindacale un agglomerato composito antagonista nei confronti del sistema, non riconducibile ad una unica matrice ideologica o politica, ma decisamente proiettato verso la conquista di una autonomia operai intesa non solo come prassi politica ma come orizzonte politico ideologico, come terreno sul quale sviluppare un’azione di classe decisamente rivoluzionaria. Compito arduo ma sostanzialmente svolto dalle confederazioni fu quello di tenere questa combattività all’interno di un perimetro democratico, che tenesse sotto controllo le velleità estremiste che pur tuttavia furono presenti ed in certe fasi, specie negli anni Settanta, capaci di affermarsi e condizionare la dinamica delle lotte e delle piattaforme sindacali.

Il ’68 studentesco ed il ’69 operaio: un biennio che agisce sul piano sociale e sindacale rinnovando radicalmente i costumi, la mentalità, il modo di concepire il lavoro e il modo viverlo in fabbrica, che rende operante la democrazia di massa, avvia forme di perequazione e uguaglianza che più tardi mostreranno limiti e parzialità, ma che allora rappresentò una salutare rottura con tutto un mondo che sembrava sul punto di essere spazzato via dalla grande contestazione. Innovazione tecnologia e rinnovamento delle politiche rivendicative marciarono in parallelo; non a caso l’autunno caldo fu guidato proprio dalle categorie toccate direttamente dai processi di innovazione e che avevano avuto la sagacia e la prontezza di rinnovare i propri quadri.

Con il 1969 i rinnovi contrattuali sono diventati il cuneo con cui allargare le crepe delle contraddizioni del nostro sistema capitalista e affermare nuovi diritti, nuovi bisogni ma anche nuovi doveri. Anche l’operaio meno politicizzato sentiva di potere e dovere partecipare al processo di trasformazione sociale in atto, rivendicando per sé diritti e migliori condizioni di vita.

L’autunno caldo nel suo insieme dunque registra una vera rottura, radicale e profonda, con il passato, sia per le conquiste che effettivamente conseguì, sia per i risultati che si raccolsero in seguito ma che hanno lì la loro origine. La vertenza per l’abolizione delle gabbie salariali, l’esperienza dei delegati e la nascita dei Consigli di fabbrica, nuova forma di democrazia sui posti di lavoro, un nuovo rapporto fra lavoratori ed organizzazioni sindacali. E poi la perequazione operai impiegati, il rifiuto della monetizzazione del rischio e le lotte per la tutela della salute sul posto di lavoro, l’incompatibilità fra incarichi politici ed incarichi sindacali.

Il nuovo decennio si inaugura nell’ottobre 1970 con un altro appuntamento di portata storica: la prima riunione dei Consigli Generali di Cgil, Cisl e Uil che porterà al Patto federativo nel 1972, dopo sospetti e chiusure alimentati dagli industriali che fortemente temevano l’unità, cui fecero eco simili preoccupazioni anche da parte sindacale: il leader dei metalmeccanici Giorgio Benvenuto fu deferito ai probiviri perché colpevole di aver accelerato troppo in direzione dell’unità sindacale, che ebbe nei metalmeccanici la sua forza propulsiva.

La crisi petrolifera del 1973 si manifestò subito come profonda e di lungo periodo, potenzialmente quindi in grado di determinare un arretramento del sindacato, che in effetti si trovò ad esercitare un ruolo da “conservatore progressista”, cioè mirare alla conservazione di quanto faticosamente conquistato ed ora messo a rischio dalla nuova situazione economica e politica. Si apriva una fase complessa in cui il ruolo politico del sindacato era messo in discussione, mentre anche quello più legato alle sue funzioni specifiche era altrettanto in bilico perché non c’erano spazi per una contrattazione, e dunque per risultati simili a quelli conseguiti nella precedente stagione di rinnovi contrattuali.

Difendere l’esistente serviva ad evitare l’arretramento o peggio, l’involuzione autoritaria che allora non era una minaccia priva di fondamento, anzi. Tuttavia proprio questa “guerra di posizione”, per usare la metafora gramsciana, contro la controffensiva padronale e contro la minaccia terroristica fece del sindacato un baluardo insostituibile nella difesa della democrazia e delle conquiste dei lavoratori.

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