Il benessere portato dallo sviluppo economico se da una parte produce sicurezza, alimenta la fiducia nel futuro, soddisfa bisogni ed esigenze che rendono più gradevole la vita, dall’altro  produce un senso di smarrimento soprattutto nei figli della borghesia, protagonista di questo passaggio.

Figli del dopoguerra, di un diverso contesto culturale, preda di una sorta di un “male di vivere” espresso con dolore nelle pagine di Cesare Pavese, di dolore esistenziale le cui ragioni sfuggivano, essi non riconoscono l’autorità dei padri, quella cui sono soggetti in famiglia ed a scuola. Da questa frustrazione origina la loro ricerca di valori più solidi ed in sintonia con il loro essere; il bisogno di ideali più alti, di dare un senso alle loro azioni e anche ai loro progetti li mette in rotta di collisione con la società, a partire dalla critica al consumismo di cui, pure, il loro stile di vita si avvale. Le promesse di felicità contenute nei prodotti reclamizzati con le moderne tecniche di comunicazione si manifestano subito, ai loro occhi, false, infondate, una scorciatoia che riporta al punto di partenza: collegare un bisogno ad un prodotto, acquistato il quale il bisogno è soddisfatto solo per un fugace momento, quindi si ricomincia daccapo. Le prime forme di contestazione ad un modello di vita che non sentono proprio si manifestano con il bisogno di riunirsi fra simili, formare dei gruppi, e frequentando locali e ascoltando musica di giovani come loro che rappresentano, cantandolo, quello stato di insoddisfazione che si trasforma in rabbia, rivolta contro l’autorità in generale e contro la mentalità dei “matusa”, cosi chiamavano i non giovani. Questo loro bisogno trovò presto un valore alto in nome del quale esprimere la loro rabbia, e questo era il valore dell’amore, di cui le relazioni a loro familiari erano la pallida rappresentazione, spesso tanto perbenista quanto ipocrita, il valore della pace, contro la guerra in Vietnam dove il popolo voleva solo l’indipendenza, oppure contro il razzismo e quella guerra a bassa intensità che il popolo di colore combatteva ogni giorno nelle strade degli Stati uniti.

Questi giovani cercavano qualcosa che li unisse all’insegna di valori da condividere che si opponessero all’individualismo, al consumismo, all’intolleranza. Nella prima metà degli anni Sessanta la protesta giovanile è prevalentemente di costume e culturale, trova nella musica, la “loro” musica, un veicolo privilegiato per lanciare messaggi ma anche per riconoscersi come membri di una stessa Comunità, perché tale diventano, una comunità coesa, culturalmente omogenea nei tratti dominanti, tanto da assumere le sembianze di una vera e propria “categoria”: i giovani.

I capelli lunghi diventano il simbolo anticonformista di rottura con la società adulta, il segno della protesta giovanile e della critica al sistema. Negli Stati Uniti, esplode il “fenomeno hippy”: gruppi di giovani, animati da ideali pacifisti e anarchici, propongono il ritorno alla natura e protestano contro la guerra del Vietnam. La musica diventa strumento di lotta che scavalca le frontiere; attorno ai cantori della pace si raccolgono milioni di giovani alla ricerca di nuovi valori, contro la guerra, il consumismo, lo sfruttamento. È  poesia in musica, che lancia messaggi densi di valori e speranze.  A Woodstock, vicino a New York, si tiene un imponente raduno di hippy e vi si organizza per l’occasione un grande concerto che resterà nella storia della musica, è l’avvento del rock. Non è solo musica, è cultura e fucina di subculture, è uno stile di vita. Fin dalle origini, che sono lunghe e complesse in quanto il rock eredita tanti stili musicali e li plasma mescolandoli fra di loro alla ricerca di nuove sonorità e nuovi linguaggi, la musica rock si sposa alla protesta, alla ribellione contro tutte le convenzioni, il perbenismo, l’autoritarismo delle società dove in famiglia regna e comanda il marito, nelle scuole il professore, in fabbrica il caporeparto. La rivolta del ’68 è ancora lontana ma la musica, come spesso fa l’arte, è un apripista, anticipa contenuti e tendenze cambiando la vita di milioni di giovani. È una rivolta generazionale

Quella che propongono i giovani, prima che il movimento assuma una dimensione più strettamente politica, è una controcultura che nasce sulla critica del sistema capitalista e della cultura borghese. Essa si manifesta con cambiamenti radicali nel costume, nella musica, nell’abbigliamento, nei rapporti sociali e interpersonali, in quelli tra padri e figli, nel linguaggio, strumento primo di identificazione e appartenenza. Inoltre fin dagli inizi si registra una grande attenzione per gli avvenimenti internazionali, l’apertura cosmopolita, la sensazione dell’esistenza di un pianeta giovanile con interessi sovranazionali comuni: la pace, la lotta alle ingiustizie, la condanna del razzismo, delle guerre. È certo un indicatore importante il fatto che la protesta esploda in contemporanea a diverse latitudini del mondo. Inizia così un cambiamento decisivo nella mentalità collettiva che ha assunto la forma e la sostanza di una vera rivoluzione culturale.

Nel 1968 emergono ed esplodono le pulsioni al cambiamento e la contestazione giovanile e studentesca – tenuta a battesimo nelle Università americane contro la guerra in Vietnam- dilaga in tutt’Europa: a Parigi deflagra il “maggio francese” e accanto agli studenti protestano gli operai.

In tutt’Italia si susseguono le contestazioni studentesche ed operaie, gli studenti occupano le principali università italiane e a Valle Giulia, a Roma, presso la facoltà di architettura avvengono scontri durissimi fra gli studenti e la polizia. Nascono numerose organizzazioni alla sinistra del PCI, la cosiddetta “sinistra extraparlamentare” che accusano il partito comunista di aver abbandonato la strada della rivoluzione. Nelle università occupate, si organizza una didattica alternativa, seminari autogestiti e la protesta acquista anche una dimensione ludica, creativa, riassunta slogan come: “la fantasia al potere”, oppure “siamo realisti, vogliamo l’impossibile” o “Borghesia boia, muoia con te la serietà e la noia”.

I giovani invocano una cultura “altra” e grazie all’aumento della popolazione studentesca-intellettuale  ci sono le condizioni ideali per “crearla” e infatti la creano, la inventano collegandosi a quei filoni di pensiero, riviste, intellettuali già all’opera per rinnovare il marxismo, o  come i cattolici del dissenso, la scuola di Francoforte, i teologi della liberazione, o le correnti del nazionalitarismo indipendentista che si sviluppa in America latina, Africa, Asia sulla diffusione del mito del Che Guevara. Con questa nuova cultura i giovani vogliono elaborare progetti di reale trasformazione, che immaginano e sognano abbia le forme ed i contenuti di una vera rivoluzione.

Sulla scorta della rivoluzione culturale in Cina adottano nuove forme di comunicazione: i dazebao e traendo spunto dai samizdat della dissidenza in Urss, cioè i documenti “fatti da sé”, ecco l’uso massiccio del ciclostile. Si organizzano sit-in, fiaccolate, comizi volanti, cortei interni nelle scuole, nelle università e nelle fabbriche. I giovani invocano il diritto al salario e così si collegano alle lotte operaie. La ricomposizione della classe operaia, ampliata con l’assimilazione di nuovi soggetti sociali: studenti, donne, emarginati può dirsi ora un processo concluso.

Portando a compimento una vera e propria rivoluzione culturale, un profondo cambiamento nel vissuto sociale, dando importanti contributi a tutte le battaglie civili degli anni Settanta, il ‘68 ha dato un contributo significativo per la conquista dello Statuto dei lavoratori, nella battaglia sul divorzio e sull’aborto, ha prodotto, come effetto indotto, la nuova legislazione sulla scuola e l’università.

Gli anni Settanta inaugurano l’età della violenza di massa che diventa non solo una pratica ma una dottrina, perfino un valore. La modernizzazione ha creato un mondo che non piace né ai giovani di sinistra né a quelli di destra, che in una sorta di guerra a bassa intensità si combattono in nome dei rispettivi miti fondanti: la Rivoluzione sociale o il ristabilimento dell’ordine all’insegna di Dio-Patria-Famiglia; la dittatura del proletariato o un regime autoritario con un nuovo duce.

La protesta giovanile degli anni Settanta esaspera temi e metodi del ’68, ma questo anno fondamentale lascia in eredità l’idea di uguaglianza, i diritti civili, lo Statuto dei lavoratori, l’idea e la pratica della democrazia propria dell’Assemblea, che vince sulle farneticazioni delle cellule clandestine e sulla pratica del terrorismo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *