Anche qui, come nella panoramica generale, non possiamo essere esaustivi non solo perché si tratta di un lungo periodo, ma perché in esso si manifestano tendenze opposte fra di loro e non è possibile una sintesi unitaria. Almeno non in una manciata di minuti. Basti prendere ad esempio due date e ciò che rappresentano simbolicamente: il 1960, in pieno boom economico, con il Financial Times che proclama la lira “moneta più salda fra quelle dei paesi industrializzati”, ed il 1973, con la crisi petrolifera e l’inizio di una dura recessione che tiene a battesimo un cupo pessimismo, dato dall’intreccio fra difficoltà economiche, stagione stragista, attacco terroristico.

Fatta questa doverosa premessa, vediamo di tratteggiare il ventennio in questione dal punto di vista dell’economia.

Il cosiddetto “boom” segna il passaggio da paese agricolo, sottosviluppato, a potenza industriale, dove la siderurgia, la meccanica, la chimica, il tessile fanno dei poderosi passi in avanti grazie a nuove fonti energetiche (idrocarburi trovati da Eni nel nord), al supporto dell’Iri, al dinamismo del ceto imprenditoriale. L’Iri non solo rafforza la sua posizione nell’industria siderurgica, ma è presente nei trasporti (linee aeree, autostrade), nella telefonia ancora arretrata ed entra nella metallurgia, nell’elettronica, nel cemento.

Nello stesso periodo, la nostra economia si caratterizza per il suo originale dualismo: è pubblica e privata, con lo Stato che si attribuisce il compito di promuovere l’industria nelle regioni più svantaggiate e a tal fine istituisce il Ministero per le Partecipazioni Statali (1956).

Il boom economico è ad un tempo causa ed effetto della diversificazione produttiva, di un significativo sviluppo tecnologico cui si accompagnano un notevole aumento della produttività e dei profitti grazie ai bassi salari, a loro volta possibili in virtù della grande disponibilità di manodopera (specie di contadini dal sud), del boom demografico del dopoguerra, di una insufficiente organizzazione della forza lavoro e delle organizzazioni di rappresentanza.

Così l’innovazione tecnologica che sostiene questa industrializzazione si colloca a metà fra ristrutturazione del ciclo produttivo e modifica dei rapporti di forza fra le classi, che registrano dal 1961 – ’62 l’inizio di una nuova stagione del movimento sindacale che prepara il celebre autunno caldo.

Nel frattempo, il ciclo taylorista è in via di esaurimento a favore del modello fordista. Un processo di innovazione con il quale si vorrebbe stabilizzare i cicli economici resi incerti dall’automazione, ma ancor di più dalla ridefinizione dell’organizzazione interna dell’azienda, dopo il passaggio dei poteri dalla proprietà al management. È questo il contesto in cui matura il neocapitalismo che punta al superamento dell’antagonismo capitale-lavoro con una progressiva integrazione dei lavoratori. Accade negli Usa, da noi, invece, la risposta sarà la grande ondata di proteste e del protagonismo dei sindacati. Sarà l’autunno caldo.

Sono anni di sviluppo e di aumento del benessere, anche se distribuito in maniera diseguale: in ogni caso i dati ci dicono che nei primi anni Sessanta il reddito aumenta di un 6 per cento medio/annuo. Tuttavia il nostro è definito un “capitalismo da straccioni” perché in presenza di un aumento vertiginoso della domanda internazionale, e con essa delle nostre esportazioni, in particolare quelle meccaniche e chimiche che quadruplicano, nonostante l’aumento della produzione di beni di lusso per l’esportazione, le infrastrutture sono assenti, gli operai vivono in squallidi tuguri, il sistema dei trasporti, l’assistenza sanitaria, scuole agibili e sufficienti e ospedali fanno parte dei bisogni quotidiani  popolari che restano senza risposta.

L’economia pubblica ben presto si segnala per la commistione fra politica e gestione delle imprese, che favorisce in breve tempo la comparsa di fenomeni di corruzione e di uso sistematico delle risorse pubbliche a fini clientelari e per sostenere i costi di strutture spesso riconducibili non solo ad un partito ma ad uno o pochi gruppi di notabili. Una enorme quantità di costi che nulla hanno a che vedere con la gestione vera e propria dell’attività produttiva determina una inversione di tendenza e le imprese che prima producevano profitti, ora sono sempre più in perdita con ulteriore aggravio per le casse dello Stato. È anche lo scenario che accompagna la Cassa per il Mezzogiorno, istituita nel 1950 per interventi ordinari e straordinari atti a risolvere i problemi del meridione e invece si configura come un eccezionale strumento di assistenza in cambio di consenso, di elargizioni, prebende, regalie e…corruzione. Essa facilita l’accesso al credito per categorie alle quali la legge non pone limiti, amplia attività al confine fra illecito e illecito e infine allarga il debito pubblico.  C’è da aggiungere che l’economia pubblica, nella fattispecie le Partecipazioni Statali insieme alla Cassa per il Mezzogiorno moltiplicarono uffici e funzioni, creando una pletorica e inefficiente burocrazia che allargò volutamente in maniera artificiale il ceto medio, politicamente orientato e debitore ad un padrinato politico svolto in primo luogo dalla Dc. Un ceto medio “senza identità e collocazione, disse Sylos Labini, che è essenziale strumento di stabilizzazione in un contesto in cui l’industrializzazione ha creato una classe operaia che va ricomponendosi dopo i flussi migratori e va rinnovandosi nelle sue articolazioni, nel rapporto con le strutture sindacali e con i partiti.

Il bilancio degli anni Sessanta deve comunque tener conto degli enormi progressi fatti: la lira è una moneta forte, le industrie italiane di elettrodomestici (Ignis, Indesit, Zanussi) esportano in tutto il mondo prodotti che si affermano per design, costi, efficienza; lo stesso dicasi per le macchine d’ufficio, le calcolatrici, l’industria automobilistica. La Fiat riceve dall’Unione sovietica una commessa importante: costruire una fabbrica di automobili a Togliattigrad per una produzione di massa. La Montedison è un gigante della chimica in Europa. Come dimenticare poi la nazionalizzazione dell’energia elettrica? Gli impianti vengono trasferiti allo Stato dietro indennizzi fuori misura: una enorme quantità di denaro nelle mani di pochi, spesso dirottato da investimenti produttivi a speculazioni finanziarie. 

Arrivano quindi gli anni Settanta, i quali registrano, al contrario, la fine della curva crescente e, credo, siano riassumibili dalle immagini delle domeniche all’insegna dell’austerity. Lo shock petrolifero determinò una riduzione della produzione che coincise, per ovvie necessità, con l’aumento della spesa pubblica che fece dell’Italia uno dei paesi con il più alto debito. La crisi sconvolse il quadro economico del Paese e mostrò quanto fosse pericolosa la dipendenza dell’economia dagli idrocarburi. Inoltre essa causò un generale impoverimento e chiuse gli spazi di manovra per rivendicazioni sindacali; anzi, su questioni cruciali vi fu un ripensamento, come ad esempio sull’eccessivo egalitarismo delle piattaforme contrattuali e sulla composizione del salario, considerato -sull’onda dei successi del ’69- una variabile indipendente dalla produttività. Importante sottolineare il collegamento fra difficoltà economiche e acuirsi delle tensioni sociali, crescita dell’illegalità di massa e il pericolo concreto di un radicamento dell’insubordinazione sociale che dal 1977 favorì il passaggio di considerevoli settori giovanili nelle organizzazioni terroristiche o in quell’area grigia di mezzo, dell’estremismo radicale che fungeva da collettore per il transito nella clandestinità.

Fatta questa doverosa premessa, vediamo di tratteggiare il ventennio in questione dal punto di vista dell’economia.

Il cosiddetto “boom” segna il passaggio da paese agricolo, sottosviluppato, a potenza industriale, dove la siderurgia, la meccanica, la chimica, il tessile fanno dei poderosi passi in avanti grazie a nuove fonti energetiche (idrocarburi trovati da Eni nel nord), al supporto dell’Iri, al dinamismo del ceto imprenditoriale. L’Iri non solo rafforza la sua posizione nell’industria siderurgica, ma è presente nei trasporti (linee aeree, autostrade), nella telefonia ancora arretrata ed entra nella metallurgia, nell’elettronica, nel cemento.

Nello stesso periodo, la nostra economia si caratterizza per il suo originale dualismo: è pubblica e privata, con lo Stato che si attribuisce il compito di promuovere l’industria nelle regioni piùsvantaggiate e a tal fine istituisce il Ministero per le Partecipazioni Statali (1956). 

Il boom economico è ad un tempo causa ed effetto della diversificazione produttiva, di un significativo sviluppo tecnologico cui si accompagnano un notevole aumento della produttività e dei profitti grazie ai bassi salari, a loro volta possibili in virtù della grande disponibilità di manodopera(specie di contadini dal sud), del boom demografico del dopoguerra, di una insufficiente organizzazione della forza lavoro e delle organizzazioni di rappresentanza.

Così l’innovazione tecnologica che sostiene questa industrializzazione si colloca a metà fra ristrutturazione del ciclo produttivo e modifica dei rapporti di forza fra le classi, che registrano dal 1961 – ’62 l’inizio di una nuova stagione del movimento sindacale che prepara il celebre autunno caldo.

Nel frattempo, il ciclo taylorista è in via di esaurimento a favore del modello fordista. Un processo di innovazione con il quale si vorrebbe stabilizzare i cicli economici resi incerti dall’automazione, ma ancor di più dalla ridefinizione dell’organizzazione interna dell’azienda, dopo il passaggio dei poteri dalla proprietà al management. È questo il contesto in cui matura il neocapitalismo che punta al superamento dell’antagonismo capitale-lavoro con una progressiva integrazione dei lavoratori. Accade negli Usa, da noi, invece, la risposta sarà la grande ondata di proteste e del protagonismo dei sindacati. Sarà l’autunno caldo.

Sono anni di sviluppo e di aumento del benessere, anche se distribuito in maniera diseguale: in ogni caso i dati ci dicono che nei primi anni Sessanta il reddito aumenta di un 6 per cento medio/annuo. Tuttavia il nostro è definito un “capitalismo da straccioni” perché in presenza di un aumento vertiginoso della domanda internazionale, e con essa delle nostre esportazioni, in particolare quelle meccaniche e chimiche che quadruplicano, nonostante l’aumento della produzione di beni di lusso per l’esportazione, le infrastrutture sono assenti, gli operai vivono in squallidi tuguri, il sistema dei trasporti, l’assistenza sanitaria, scuole agibili e sufficienti e ospedali fanno parte dei bisogni quotidiani popolari che restano senza risposta. 

L’economia pubblica ben presto si segnala per la commistione fra politica e gestione delle imprese, che favorisce in breve tempo la comparsa di fenomeni di corruzione e di uso sistematico delle risorse pubbliche a fini clientelari e per sostenere i costi di strutture spesso riconducibili non solo ad un partito ma ad uno o pochi gruppi di notabili. Una enorme quantità di costi che nulla hanno a che vedere con la gestione vera e propria dell’attività produttiva determina una inversione di tendenza e le imprese che prima producevano profitti, ora sono sempre più in perdita con ulteriore aggravio per le casse dello Stato. È anche lo scenario che accompagna la Cassa per il Mezzogiorno, istituita nel 1950 per interventi ordinari e straordinari atti a risolvere i problemi del meridione e invece si configura come un eccezionale strumento di assistenza in cambio di consenso, di elargizioni, prebende, regalie e…corruzione. Essa facilita l’accesso al credito per categorie alle quali la legge non pone limiti, amplia attività al confine fra illecito e illecito e infine allarga il debito pubblico.  C’è da aggiungere che l’economia pubblica, nella fattispecie le Partecipazioni Statali insieme alla Cassa per il Mezzogiorno moltiplicarono uffici e funzioni, creando una pletorica e inefficiente burocrazia che allargò volutamente in maniera artificiale il ceto medio, politicamente orientato e debitore ad un padrinato politico svolto in primo luogo dalla Dc. Un ceto medio“senza identità e collocazione, disse Sylos Labini, che èessenziale strumento di stabilizzazione in un contesto in cui l’industrializzazione ha creato una classe operaia che va ricomponendosi dopo i flussi migratori e va rinnovandosi nelle sue articolazioni, nel rapporto con le strutture sindacali e con i partiti.

Il bilancio degli anni Sessanta deve comunque tener conto degli enormi progressi fatti: la lira è una moneta forte, le industrie italiane di elettrodomestici (Ignis, Indesit, Zanussi) esportano in tutto il mondo prodotti che si affermano per design, costi, efficienza; lo stesso dicasi per le macchine d’ufficio, le calcolatrici, l’industria automobilistica. La Fiat riceve dall’Unione sovietica una commessa importante: costruire una fabbrica di automobili a Togliattigrad per una produzione di massa. La Montedison è un gigante della chimica in Europa. Come dimenticare poi la nazionalizzazione dell’energia elettrica? Gli impianti vengono trasferiti allo Stato dietro indennizzi fuori misura: una enorme quantità di denaro nelle mani di pochi, spesso dirottato da investimenti produttivi a speculazioni finanziarie.  

Arrivano quindi gli anni Settanta, i quali registrano, al contrario, la fine della curva crescente e, credo, siano riassumibili dalle immagini delle domeniche all’insegna dell’austerity. Lo shockpetrolifero determinò una riduzione della produzione che coincise, per ovvie necessità, con l’aumento della spesa pubblica che fece dell’Italia uno dei paesi con il più alto debito. La crisi sconvolse il quadro economico del Paese e mostrò quanto fosse pericolosa la dipendenza dell’economia dagli idrocarburi. Inoltre essa causò un generale impoverimento e chiuse gli spazi di manovra per rivendicazioni sindacali; anzi, su questioni cruciali vi fu un ripensamento, come ad esempio sull’eccessivo egalitarismo delle piattaforme contrattuali e sulla composizione del salario, considerato -sull’onda dei successi del ’69- una variabile indipendente dalla produttività. Importante sottolineare il collegamento fra difficoltà economiche e acuirsi delle tensioni sociali, crescita dell’illegalità di massa e il pericolo concreto di un radicamento dell’insubordinazione sociale che dal 1977 favorì il passaggio di considerevoli settori giovanili nelle organizzazioni terroristiche o in quell’area grigia di mezzo, dell’estremismo radicale che fungeva da collettore per il transito nella clandestinità.

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