Nel ventennio in questione è fuori discussione che l’Italia mutò fisionomia, tanto da risultare irriconoscibile rispetto al passato. Fu investita da una modernizzazione delle strutture produttive, della società, della cultura, tanto radicale quanto priva di coordinamento, di una guida. Un ventennio denso di contraddizioni che portò a maturazione fenomeni in incubazione nel primo decennio del dopoguerra e mise in luce una enorme volontà di riscatto e di rilancio.

Tuttavia questo cambiamento non riuscì a portare a sintesi dualismi consolidati e causa di arretratezza, come ad esempio la disparità nord-sud, il divario città campagna, il passaggio “violento” da economia agricola ad industriale, rappresentati plasticamente dalle immagini dei migranti che con le loro valigie di cartone affollano i vagoni di terza classe.

Sono gli anni del consolidamento del boom economico il quale, con il corollario di una migrazione di massa, ci offre uno spaccato fedele delle contraddizioni di quegli anni: sviluppo e arretratezza, piena occupazione e bassi salari, occupazione femminile in crescita e riaffermazione della famiglia tradizionale, aumento della produttività e della ricchezza e bassi salari, sfruttamento del lavoro  senza  il paracadute del welfare, scomposizione sociale non solo fra le classi – operaia, contadina, piccola borghesia in crescita – ma dentro, in particolare nella classe operaia in seguito  alla migrazione sud-nord.

Alla fine degli anni sessanta 1.700.000 persone erano migrate dal sud depresso al nord baluginante lavoro e benessere. Una mobilità sociale mai realizzatasi prima in quelle forme ed in quelle dimensioni determinò significative trasformazioni nella composizione sociale e di classe della società italiana, produsse nuovi bisogni, creò inedite disuguaglianze a sfondo etnico e insperate uguaglianze sotto la pressione e l’azione dei partiti di sinistra e dei sindacati.

Uno dei più significativi eventi propri di questo periodo, che determinarono un profondo cambiamento negli assetti politici del Paese è il centrosinistra, le cui origini rintracciamo nella metà degli anni Cinquanta, quando la crisi di governabilità che si pensava di superare con la legge truffa trovò in Moro il sostenitore di una soluzione politica attraverso l’allargamento dell’area di governo in direzione del Psi, dopo che esso aveva reciso i legami organici con il Pci in seguito alla crisi di Budapest. Dopo una incubazione di un decennio, nel ‘63 si arrivò al primo centro sinistra organico.

Gli anni Sessanta erano stati inaugurati dal controverso disegno normalizzatore del governo Tambroni, sostenuto da conservatori e neofascisti, ai quali concesse di tenere il loro congresso a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza. I tumulti che ne seguirono – particolarmente violenti a Reggio Emilia, dove cinque giovani manifestanti furono uccisi dalla polizia – resero evidente alla democrazia cristiana che non erano quelle le forze politiche con cui governare il Paese e il disegno di aperura a sinistra venne accettato anche se con distinguo e riserve mentali, che in tragici tornanti della storia di quel ventennio si tradussero in aperti tentativi di sovversione: il Piano Solo del 1964, un avvertimento golpista con cui neutralizzare un programma eccessivamente riformatore; la strage di Piazza Fontana del 1969 con la quale si inaugurò la strategia della tensione che tenne in ostaggio la democrazia,  sotto la minaccia della sovversione violenta.

Le bombe sui treni e nelle piazze, la collusione fra servizi segreti infedeli, servizi stranieri e segmenti dell’eversione neofascista, il tentato golpe Borghese nel 1970, il terrorismo rosso che intendeva deviare la protesta operaia, talvolta radicale e violenta, dalle sue “sedi”, dalla dimensione di massa e popolare a quella clandestina della lotta armata, e tinse di rosso sangue un lungo segmento della nostra storia. Ma, appunto, si tratta di un lungo periodo di cambiamenti che investono tutto il mondo oltre che il nostro Paese, che pure subisce anche i contraccolpi di quanto accade altrove. Non dimentichiamo che il mondo è diviso in due, siamo in piena guerra fredda nonostante la distensione perseguita dal leader sovietico, Chruscev.

Juri Gagarin è il primo uomo a viaggiare nello spazio, generando un’ondata di panico negli Usa per questo scarto tecnologico: quei vettori potrebbero trasportare dispositivi atomici, …gli Usa non si sentono più sicuri. Il Muro di Berlino, eretto nel 1961 segnala simbolicamente il vero stato dei rapporti fra i due blocchi e la nuova Frontiera lanciata da Kennedy motiva un paese intero a competere nel campo della cultura, della tecnica, della scienza per recuperare il gap e riguadagnare la posizione di supremazia.

Solo otto anni dopo non solo il gap fu colmato, ma un’astronave statunitense portò per la prima volta l’uomo sulla luna.

Ma se dobbiamo scattare un foto, a volo d’uccello su questo periodo, ricordiamo che gli anni 60 sono anche quelli inaugurati dalle Olimpiadi a Roma, dell’inaugurazione dell’aeroporto internazionale di Fiumicino e dell’autostrada del Sole, infrastrutture che rispondono al nuovo bisogno di spostarsi, viaggiare, per diletto e per lavoro. Il 1960 è l’anno del maestro Manzi che con la sua pedagogia di massa segnala che l’analfabetismo post risorgimentale dei ceti contadini è ancora una caratteristica del paese e che l’unificazione -anche linguistica- è lungi dall’esser realizzata.

Fenomeni così distanti, di segno così diverso danno la cifra delle contraddizioni in cui si dibatte il Paese: nel 1960 la pillola anticoncezionale irrompe e deflagra nella società cattolica, bacchettona ed ipocrita liberando il sesso dall’equazione che lo lega alla procreazione ma nel 1961 la Corte Costituzionale sancisce la liceità della punizione dell’adulterio della moglie e non del marito. Addirittura il codice penale – art. 587 (abrogato nel 1981!) – contemplava il “delitto d’onore” e in parallelo istituiva il matrimonio riparatore. Nel ’62 un accordo fra sindacati e Confindustria stabilisce la parità salariale uomo-donna, ma le disparità resteranno la cifra dominante nel mondo del lavoro.

Come accade spesso, il compito di guardare con occhio critico, sguardo severo, sentimenti che spaziano dall’autoindulgenza alla pubblica denuncia spetta all’arte, alla cultura. Dino Risi con Divorzio all’italiana punta l’indice contro una società e soprattutto una giustizia maschilista. La dolce vita di Fellini lascia attoniti nella scoperta di una Roma stordita e corrotta. Tutti a casa di Comencini guarda con umanità all’italiano medio, quello del tirare a campare che riscatta l’onore perduto da generali inetti, compreso il più alto in grado, capo dell’Esercito di Sua Maestà, diventando eroe suo malgrado. Carlo Cassola con La ragazza di Bube fa i conti con una transizione piena di ombre in cui l’amnistia ha messo fuori i fascisti colpevoli di orrendi reati, oltre che di venti anni di dittatura, e lasciato dentro partigiani colpevoli di aver ucciso in una guerra di liberazione….

E Il Sorpasso, sempre di Risi, getta un fascio di luce sulla povertà etica ed ilare, apparentemente spensierata di una simpatica canaglia, la cui vita è spesa all’inseguimento ed alla replica in versione “dè noantri” dell’american way of life. Sullo sfondo un’Italia stordita dall’industrializzazione e da un cosmopolitismo artificiale, di importazione, che senza fare i conti con le radici nazionali della nostra cultura e con la stessa idea di Nazione, lasciata preda sventrata dalle fauci di nazionalisti reduci non pentiti del Ventennio, si internazionalizza solo illusoriamente, non coltiva le proprie radici e si ritrova priva di identità.

Con la morte di Giovanni XXIII e l’assassinio di John Kennedy i sentimenti di speranza da loro alimentati lasciano spazio all’amara constatazione che la cifra del presente è il contrasto e la tensione permanente, nel mondo e nel Paese. La guerra in Vietnam infuria e in Cecoslovacchia il desiderio di un socialismo dal volto umano viene affogato nel sangue della repressione da parte del Patto di Varsavia. Entrambi questi fatti dolorosi daranno il “la” a un’intera generazione che conquista la scena mediatica oltre che le strade e le piazze per dimostrare contro l’autoritarismo, contro l’imperialismo, per l’autodeterminazione dei popoli, siano essi assoggettati da una o dall’altra delle grandi potenze capofila dei rispettivi blocchi.

Come vedete si tratta di una modernizzazione tanto profonda e radicale quanto contraddittoria. L’Italia è presa dalla febbre del consumismo ma l’italiano medio  nel 1961 consuma un terzo della carne di cui dispongono i cittadini inglesi e americani, il 72% delle famiglie non possiede lavatrice nè frigo, il 42% delle abitazioni è ancora priva di servizi igienici. Però nel 1965 la Olivetti presenta il primo personal computer.

Il ventennio 1960-1980 fu una stagione di riforme istituzionali, di conquiste salariali, di rivalutazione di importanti componenti sociali (le donne, i bambini, i giovani, gli anziani), di profonde mutazioni nella mentalità collettiva e nei rapporti interpersonali, di conquiste nel campo dei diritti sociali. Si trattò di cambiamenti che hanno modificato profondamente il comune sentire e senza i quali i referendum sul divorzio, sull’aborto, la legge Basaglia che chiuse i manicomi non sarebbero passati.

Fu, anche, una stagione di violenza estrema che mise seriamente a rischio la nostra democrazia. Le bombe alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, cui seguirono anni di stragi coperte o addirittura volute da segmenti infedeli, eversivi, degli apparati di sicurezza nostrani e di paesi stranieri. Ma anche sia la violenza delle organizzazioni terroristiche le quali ambivano ad un rivolgimento violento, all’abbattimento dello Stato sia quella repressiva contro i lavoratori, gli studenti, le donne: cariche spietate dei cortei, con morti e feriti.

Gli argomenti su cui soffermarsi sarebbero davvero tanti, tutti meritevoli di analisi e riflessioni, ben conoscendo questo limite mi limito a rammentare quelli che sono davvero passaggi ineludibili del ventennio in questione: il conflitto israelo-palestinese, le repressioni nell’Europa dell’Est, il golpe in Cile, il genocidio cambogiano, la corsa agli armamenti, il riavvicinamento Usa-Cina, la morte di Franco e la rivoluzione dei garofani in Portogallo, l’epoca delle dittature in sudamerica e i processi di liberazione nazionale, la rivoluzione iraniana e il consolidamento delle strutture comunitarie, il terrorismo di matrice nazionalista e religioso in Irlanda del Nord e nei Paesi baschi.

Per concludere con l’arrivo del Papa polacco e l’inizio della slavina che seppellì l’esperienza del socialismo reale. Venti anni densi di eventi che si riflettono ancora su tutti noi, e sui quali dobbiamo tenere desta l’attenzione e la memoria, nonché riflettere per trarne una lezione importante.

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